Senofonte nasce da Grillo e da Diodora nel demo attico di Erchia, quindi un ateniese. Non si conosce la precisa data di nascita, ma è collocabile intorno al 430-425 a.C.; si presume che appartenesse alla classe dei cavalieri, in quanto i suoi figli erano cavalieri e lui stesso aveva un grande interesse per l'equitazione e utilizzava (come si nota nei suoi scritti) la cavalleria. Vista la sua classe sociale, è presumibile che fosse incluso nella lista dei Tremila cittadni con pieni diritti redatta dai Trenta Tiranni.
E' cosa certa che nel 401, su invito dell'amico beota Prosseno, abbia partecipato alla spedizione di Ciro contro il fratello nonchè imperatore persiano Artaserse II. Di questa impresa fallimentare ne parla largamente nell'
Anabasi, una delle sue opere principali: dopo la battaglia di Cunassa (nella quale morì Ciro) e dopo l'uccisione a tradimento dei vari capi greci da parte del satrapo frigio Tissaferne, fu nominato comandante dell'esercito insieme a Chirisofo e altri. Portò a termine la marcia di ritorno, durante la quale propose di fondare una città, ma la sua proposta ebbe scarso successo e non se ne fece nulla. Dopo varie altre peregrinazioni e avventure in Tracia con Seute, re degli Odrisi, giunse con l'esercito a Pergamo nella primavera del 399, dove consegnò i superstiti all'armosta Tibrone, inviato dagli Spartani contro Tissaferne. E' presumibile che sia rimasto in Asia al comando degli uomini che avevano partecipato alla spedizione di Ciro. Parla, come se fosse stato testimone oculare, della spedizione sempre in Asia del 396 comandata dal re saprtano Agesilao, del quale divenne grande amico. Poiche, nel 395, il comando dei Ciriei (ovvero i superstiti della spedizione di Ciro) fu assunto da Erippida, egli partì con l'amico Agesilao per la spedzioe contro la Beozia (campagna militare che descrive nelle
Elleinche). Non si sa se anche lui militava fra le file dell'esercito spartano, ma è certo che il suo filolaconismo in questa campagna (che portò i Lacedemoni a conquistare Coronea), gli valse l'esilio da Atene, chè quest'ultima era alleata dei beoti. A questo punto gli Spartani gli concedono una proprietà a Scillunte, nella Trifilia, zona di confine con l'Elide, dve iniziò a scrivere le sue opere. Nell'
Anabasi parla della sua vita in questa proprietà, e dice di essere sposato con Filesia, dalla quale ebbe i figli Grillo e Diodoro, educati a Sparta. Dopo la sconfitta degli Spartani a
Leuttra del 371, gli Elei invasero e conquistarono la Trifilia, e Senofonte se ne ando prima a Elide, poi a Lepreo e infine a Corinto. A causa del crescere della minaccia tebana e del consequenziale riavvicinamento fra Sparta e Atene, fu revocato il suo esilio. Non si sa se lui stesso tornò ad Atene, ma comunque ci mandò i figli, che militarono nel rango dei cavalieri. Nella battagli di
Mantinea del 362, dove ci fu lo scontro definitivo fra l'alleanza Sparta-Ateniese e i Tebani, morì il figlio Grillo dopo avrer combatuto valorosamente. Si ritiene che Senofonte possa aver compiuto un viaggio in Sicilia, dal tiranno Dionisio di Siracusa. Nelle sua ultima opera, le
Entrate, Senofonte fa un cenno alla terza guerra sacra, iniziata nel 356, quindi è presumibile che la sua morte sia avvenuta poco dopo, a più di settant'anni di età.
Senofonte, oltretutto, fu fra i tre socratici più rappresentativi, insieme a Platone e Antistene, e fu il primo a scrivere una raccolta di memorie di Socrate, i
Memorabili.

Busto di Senofonte
Edited by Karma Negativo - 6/4/2008, 02:45

La Federazione

Uomini senza fallo, semidei
che vivete in castelli inargentati,
che di gloria toccaste gli apogei,
noi che invochiam pietà siamo i drogati.
Dell'inumano varcando il confine
conoscemmo anzitempo la carogna
che ad ogni ambito sogno mette fine:
che la pietà non vi sia di vergogna.
Banchieri, pizzicagnoli, notai,
coi ventri obesi e le mani sudate,
coi cuori a forma di salvadanai,
noi che invochiam pietà fummo traviate.
Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca,
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca.
Giudici eletti, uomini di legge,
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola.
Quanti innocenti all'orrenda agonia
votaste decidendone la sorte,
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte?
Uomini, cui pietà non convien sempre,
male accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.
Uomini, poiché all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce.

